In questa casa niente ricorda l'ora, il tempo o il luogo; il desiderio e il rimpianto sono banditi
domenica, 24 agosto 2008
Studio storia dell'arte, e imparo di una casa bianca che già non esite più. Lunghi corridoi candidi, luci soffuse, finestre che non sono mai troppo basse per permettere un contatto con l'esterno (ti ricorda qualcosa, vero?). Gli oggetti mancano quasi del tutto: un divano, un pavone impagliato, il tavolo da pranzo sparisce e riappare solo all'occorrenza. Qui abita un artista ossessionato dalla sorella. In questa casa che è un ospedale per l'anima, una torre eburnea in cui tutto è silenzio. Come ne La Bella Addormentata il sonno è ciò che vi è di più perfetto nell'esistenza. Nell'acqua della vasca ristagnano petali di rosa. Una volta viveva una tartaruga, ma è stata sacrificata all'eterno nulla di queste stanze (troppo rumorosa, il suo guscio ormai immobile è un monito per tutte le voci del mondo). E mi immagino come sarebbe starsene così, in quest'esistenza sospesa tra la vita e la non vita - mi aggirerei come un fantasma nei corridoi e nessuna oscillazione incrosterebbe quel bianco perfetto-
Un po' come morire, no?
P.s
Khnopff, fino ad un'ora fa -chi era costui?-
Adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
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Se ti svegliassi a un'ora diversa in un posto diverso, ti sveglieresti come una persona diversa?
domenica, 27 luglio 2008
Lancio qui sul blog un grido di speranza.
analisi critica di Fight Club
Se non lo analizzerò in maniera abbastanza critica il mio esame sarà in una situazione critica. E' un pessimo gioco di parole, ma tant'è. AIUTO!
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18:37
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giovedì, 24 luglio 2008
C'era una volta una Giulia che voleva scrivere, come spesso capita. Non che questa Giulia avesse qualcosa di intelligente da riportare, anzi, possiamo assicurare che la sua testa fosse assolutamente vuota. Solo le piaceva pensare ad una pagina tutta scritta da cima a fondo, con quel carattere piccolo piccolo che tanto le piaceva. Il sogno di questa protagonista Giulia era uno e trino, come spesso accade per i grandi sogni. Ebbene, questo ardito spirito fantasticava di poter un giorno riempire tutti i fogli del mondo con le proprie parole -parole tonde, gonfie, utili, inutili, affamate, innamorate- senza aver paura di sentire male al polso o alle dita. Quando avesse riempito tutto con la propria strana calligrafia -e qui troviamo la seconda e la terza parte del suo sogno glorioso- avrebbe chiuso tutto in una scatola -ma solo perchè una bottiglia non sarebbe stata abbastanza capiente, e badate che la scatola sarebbe stata la più grande del mondo- e poi l'avrebbe gettata in mare. Chi l'avesse vista si sarebbe sicuramente detto: un transatlantico!, date le dimensioni. La scatola avrebbe dato riparo ad uccelli marini, gabbiani viaggiatori e naufraghi, cose così, insomma.
Infine la protagonista di questa storia immaginava di poter aspettare giorni, mesi, anche anni. Qualcuno si sarebbe finalmente convinto ad aprire quel magico contenitore e ne avrebbe estratto le sue parole.
Sarebbero passate di mano in mano fino a tornare da lei. E con questo terzo ciclo si sarebbe concluso il suo sogno glorioso. Che magari non era granchè, ma sicuramente un inizio.
Dunque un pomeriggio d'estate -che lei odiava l'estate, e questo è sicuramente un particolare interessante per voi che vi siete appassionati alla sua storia- si mise a scrivere di questo sogno battendo le dita sui tasti neri della sua macchina da scrivere, bollente per il sole.
E più scriveva più sentiva qualcosa sciogliersi dentro la sua testa, anche se esattamente non avrebbe saputo dire cosa. Era qualcosa di annodato triplamente, comunque, sicuramente opera di un qualche marinaio che conosce i trucchi del mestiere. Era il nodo che la teneva ancorata al suo porto di dubbi e perplessità. Il porto, pari in maestosità a quello del Pireo, era stato intitolato alla Regina del Mah e al Re del Vedremo, eterni sovrani di quelle lande da mille e mille secoli. Codesti maledetti avevano inasprito il loro spadroneggiare negli ultimi due anni, rendendo la protagonista Giulia un po' martire e un po' miserabile. Come è giusto che in tutte le storie accada.
E' che nei finali io non sono mai stata brava, soprattutto quando tutto si conclude con questa me stessa che scioglie il mio proprio nodo al vento e abbandona il mio proprio porto. Il mio proprio tutto finalmente libero.
Avrei voluto inserire anche un drago in questa storia -il principe azzurro no, non lo voglio, che i principi azzurri sempre finisce che ti fregano- e magari anche un nano, e una ballerina.
Ma tant'è.
Meno senso ha, meglio è.
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15:54
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ask the dust
giovedì, 24 luglio 2008
Come ogni anno mi accorgo di non amare l'estate.
E' una riscoperta ciclica che mi arriva tra capo e collo così, e mi rende irritabile. Molto irritabile per la precisione.
Così irritabile che potrei diventare verde ed enorme, tutto d'un tratto.
Per di più sono ancora bianca come un gambo di sedano, quindi è evidentemente l'invidia che mi fa parlare.
Adesso vorrei delirare un po', è da stamattina che mi ronza per la testa il ritornello io lo so che non sono solo, anche quando sono solo, io lo so che non sono solo...e rido, e piango, e mi fondo con il cielo e con il fango.
Odio cordialmente anche Jovanotti, ve l'ho mai detto?
E' palese che io sia alla frutta. Peggio, all'amaro.
(Oggi spengo il cellulare e mi dimentico di te -non potrei fare altro visto che la ricarica da 10 euro ha infine tirato le cuoia- ti abbandono nell'ultimo cassetto della mia memoria, con la tabellina del 9 e le declinazioni greche -tutte- e se ti domanderai come ci sei finito chiedilo alla polvere.)
Edit.
a volte, quando meno me lo aspetto, mi prende alla gola il soffocamento della banalità e provo nausea per la voce e per i gesti del cosidetto mio simile. La nausea fisica diretta, sentita direttamente nello stomaco e nella testa, stupida meraviglia della sensibilità svegliata... Qualsiasi individuo che mi parli, qualsiasi occhio che mi fissi, mi colpiscono come un insulto o come un'oscenità. Trabocco di orrore per tutto. Mi sento stordito dal sentire che li sento.
E succede quasi sempre, in questi momenti di malessere di stomaco, che c'è un uomo, una donna, persino un bambino, che mi cade sotto gli occhi come un rappresentante reale della banalità che mi tormenta. E questo rappresentante della banalità non è dovuto a una mia emozione soggettiva e pensata, ma a una verità oggettiva, realmente consona nel suo fuori a ciò che sento nel mio dentro, che appare per magia analogica e mi porta l'esempio valido alla regola che penso.
Fernando Pessoa - Il libro dell'inquietudine
- sentire nella banalità dell'altro la mia banalità. Questo a volte mi perseguita. Questo capita che mi faccia rimanere zitta quando vorrei parlare-
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11:38
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Igitus,igitus,abracazè! Prestate attenzione tutti a me!
sabato, 19 luglio 2008
Oggi la vita mi ha impartito due importanti lezioni:
1. con i capelli mossi faccio veramente rivoltare nelle loro tombe le buonanime di tutti gli esteti di questo mondo
2. avere un amico che ti porta in barca, ti porta al sole, al lago, all'acqua, ti fa un massaggio, ti stiracchia le ossa e ti dice che sei bellissima anche col mascara che dalle ciglia è sceso alle ginocchia non ha prezzo.
Detto questo, la pazienza non è mai troppa. Starsene al tramonto ad aspettare che qualcosa accada quando tutto il paese è giallo, e anche il cielo, è giallo, intendo.
E il silenzio, soprattutto. Quello è da tanto tempo che non lo sentivo veramente; e gli scricchiolii del porto e gli sciabordii erano solamente note di una canzone perfetta che avrei potuto scrivere, se ne fossi capace.
Questa piacevole sensazione che tutto sia una culla mi accompagna ancora adesso che sono saldamente adesa alla mia sedia, alla mia scrivania, al mio pc, alla mia quotidiana allegria malinconica che mi tiene sveglia.
{Amica mia la telepatia: comincio a scrivere queste righe sulla banalità umana alle 00.45. Rileggo il tuo commento. Sorrido.
Ti vorrei spiegare dell'angoscia che mi preme quando sento che ogni cosa che potrei scrivere è già stata scritta, ogni cosa che potrei dire qualcuno l'ha già detta, e che ogni sentimento che provo è forse la copia sbiadita del sentimento di un poeta, o di un artista, o di... questo non solo mi infastidisce, ma mi da pure un po' di rabbia.
Le domande inutili che mi sono posta per una vita sono sfociate tutte nello smantellamento di me stessa, lo sai quanto amerei sentirmi davvero leggera, di quella leggerezza del vivere altrove.
Lui non mi aiuta in questo.
Io non mi aiuto in questo.
Io mi sento un po' come la pelle morta delle emozioni passate.
Fa un pochino male, ma è tutto qui. }
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23:52
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giovedì, 17 luglio 2008
Metto in ordine l'oceanico casino che è la mia camera. Ogni cassetto, ogni pertugio nasconde segreti risalenti a ieri, a oggi e pure a domani.
Lettere, quaderni, libri, fotografie, vecchi diari, vecchi ricordi, appunti degli anni passati, testimonianze di notti andate e cose del genere.
Sono sfinita.
Mi chiedo perchè chi lascia commenti antipatici sui blog altrui non abbia mai il coraggio di firmarsi.
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15:02
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senti che fuori piove -senti che bel rumore-
domenica, 13 luglio 2008
Alcune volte vorrei essere un qualcosa piantato nel terreno e rimanere lì per sempre. Un albero, una carota. Un ravanello.
Me ne starei quieta per lo meno, e non avrei sempre questa atavica paura di non essere abbastanza. Mai, per te che seduto in macchina mi dici che...
Mi serve del calmante naturale. A me la nutella.
Edit
Piove, siano benedetti gli angeli che giocano a bocce (la mia mamma me lo diceva sempre quando temporaleggiava, e io ero per metà disperata e per metà estasiata).
Piove con un cielo grigio, anche se avrei preferito fosse più di un colore tipo fondo di bottiglia va bene anche così.
Tutta notte ho ascoltato una canzone che più o meno fa:
" Calendar girl -che sarebbe anche il titolo- who's in love with the world, stay alive!"
"I dreamed I was dying, as I so often do, and when I awoke I was sure it was true"
"But I can't live forever, I can't always be, one day I'll be sand on a beach by a sea"
Insomma, di una tristezza che, come direbbe un tipo che una volta conoscevo, ve la spiego. Io mi sento un po' come questa calendar girl, io sono un po' questa calendar girl che è in love con il world, e poi è anche lost e poi non dormo, e se dormo sogno male, e se mi sveglio vorrei solo lasciarmi bagnare da questa pioggia.
Senti che fuori piove -senti che bel rumore.
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10:42
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giovedì, 10 luglio 2008
Volevo scrivere qualcosa di serio. Qualcosa di bello. Qualcosa di triste, anche. Volevo scrivere, insomma.
Volevo parlare della disperazione, ma poi mi sono trovata davanti ad un dato di fatto terribile: tutti, prima o poi, hanno sperimentato - o sperimenteranno- la disperazione, sia pure per un'unghia rotta ( e ne conosco di donne che l'hanno fatto -lo faranno-) e quindi la disperazione è per dato di fatto un'emozione di massa, e io le emozioni di massa non le sopporto, per una specie di snobbismo che mi viene da qualche parte qui in fondo e poi finisce che devo fare i conti con la banalità umana che tutto impregna -anche me, me soprattutto- e allora mi acciglio e mi viene l'affabilità e la dolcezza del cinghiale.
Però ecco, la mia grande dote di aver sempre qualcosa di cui lamentarmi, mi rende una macchina da guerra capace di scrivere pagine e pagine di tutto e di niente -di sciocchezze- da qui all'infinito, senza freno, e alcune volte sarei felice se non potessi mai più fermarmi, se non riuscissi a farlo. Vorrei riempire pagine e pagine senza mettere una virgola, punti non parliamone, senza regole in un libero pensiero che non si fermi più. Una rivoluzione che mi costringa a non vedere più tutto per immagini -un modus di pensiero odioso, che non mi lascia respirare- ma a costruire pensieri e fili logici, discorsi, teorie, ipotesi.
Dalle parole costruirei le mie immagini, e non viceversa.
Sarei più spesso ubriaca, ma in modo bello. Sarei più spesso incosciente, ma in modo onesto.
E se dovesse succede qualcosa di disperato me ne starei lì a sentirne il sapore, mi guarderei dall'alto e mi sentirei bellissima e altera, vibrerei di quella nota struggente dell'amore quando è cattivo, del tempo quando è brutto e tutto il resto.
Poi mi alzerei. Metterei un punto.
E tirerei il fiato.
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17:10
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mercoledì, 09 luglio 2008
C'è poco da fare, se non vado in vacanza diventerò pazza. O cattiva. O verde. O acida. O assassina.
Succederà qualcosa di tremendo, in soldoni.
La Storia Essenziale Del Teatro (600 pagine, essenziale essenziale, insomma) mi occhieggia dal caos della mia scrivania, ed il suo occhieggiare è un peso tremendo sul mio cuore e sul mio stomaco.
L'altlante Iconografico diventa ogni instante più grande e nero.
I quaderni hanno occhi rossi.
Gli appunti scribacchiati in fretta sono il codice incomprensibile di uno stregone crudele che mi trasformerà in un rospo.
E tutto il mio tavolo è un garbuglio di fili, prese, cavi, occhiali, fogli, matite, libri, foto e vecchi cd.

Non credevo che l'inferno avesse l'aspetto un po' retrò della copertina de "Il Giardino dei Ciliegi".
Trovo ovviamente più utile scattarmi foto opinabili piuttosto che prendere in mano questo benedetto libro e darmi una mossa.
E' che sono spenta.
E' che fa così caldo e il cielo è così bello.
E ci sono i grilli o le cicale, o comunque chi per loro.
E io ho una treccia che proprio non parla di aule soffocanti e centimetri di libri sotto i piedi.
Adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori

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15:15
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shit happens parte II
giovedì, 03 luglio 2008
La cattiva notizia è che Windows come al solito, cogliendomi in modo infido alla sprovvista, mi ha abbandonata.
Zac. Un instante solo.
E basta, pc morto e sepolto.
-Devo pure avergli tirato una testata-
La buona notizia è che un cugino pronto a tutto ha preso in mano la situazione e ora Windows è andato per sempre a farsi -emm- benedire, e al suo posto, sul mio desktop, sfavilla nuovo nuovo Ubuntu.
Oh la tecnologia!
Oh me tapina!
S.O.S.
Qualcuno mi aiuti!
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09:02
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